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CONDIZIONAMENTO DEL TRAUMATIZZATO GRAVE IN AMBIENTE IMPERVIO:
alcune personalissime considerazioni...







Il condizionamento del paziente con trauma grave, pur presentando ancora differenze notevoli nelle diverse realtà del soccorso organizzato, è oramai una pratica ben codificata.

foto Mauro Carlini L’obiettivo delle manovre di immobilizzazione e mobilizzazione fondamentalmente è quello di proteggere il rachide in toto da movimenti passivi che potrebbero peggiorare le lesioni indotte dal trauma.

Dinamiche traumatiche altamente suggestive per lesioni al rachide sono : meccanismi decelerativi (impatto frontale ad alta velocità , auto contro ostacolo fisso), le cadute dall’alto, e le proiezioni a distanza.

In fase di diagnostica ospedaliera poi particolare attenzione dovrà essere posta nell’individuare le lesioni che più frequentemente si associano alle fratture vertebrali. Per esempio in un paziente che presenti una frattura sternale, fratture costali anteriori, e/o una lesione dei grossi vasi, è molto probabile il riscontro di lesioni alle vertebre dorsali, che potrebbe sfuggire ad una diagnostica superficiale.

In sostanza l’obiettivo di una diagnostica “illuminata” è di ricercare accuratamente le lesioni che più verosimilmente si associano con una particolare dinamica traumatica, evitando speculazioni “alla cieca” , e il cattivo utilizzo di strumenti preziosi come la TC multi-slice, specie nei pazienti con instabilità di circolo.

Il paziente con grave trauma dunque, nelle fasi di stabilizzazione pre-ospedaliera deve essere considerato anche un traumatizzato di colonna, fino a prova (radiologica e clinica) contraria, e questo è un “dogma” che ormai fa parte del nostro DNA di soccorritori. Non sempre però possiamo fare affidamento su risorse e presidi che normalmente fanno parte della dotazione dei mezzi di soccorso.

Nel soccorso in montagna, per esempio, sul piatto della bilancia di una corretta gestione del soccorso, devono necessariamente pesare altri fattori: la disponibilità di presidi, la rapidità di utilizzo, la praticità,il peso, e “last but not least” le condizioni meteorologiche: in buona sostanza se per immobilizzare un paziente secondo protocollo si rischia di non riuscire ad evacuarlo in elicottero (magari perché è quasi notte, o perché sta scendendo la nebbia), si dovrà necessariamente essere un poco “elastici”.

Nonostante ciò esistono degli standard qualitativi che non possono essere dimenticati : il collare cervicale per esempio, è semplice da posizionare (anche in parete, anche nel paziente sospeso), e non dovrebbe essere mai omesso.

Personalmente in questo tipo di situazioni ho avuto esperienze positive con collari regolabili e pieghevoli, che consentono anche di ridurre il peso e l'ingombro. Da proscrivere, almeno in montagna, l’utilizzo della tavola spinale, in favore del vacuum (materasso a depressione), che sicuramente è di più pratico utilizzo (inoltre il vacuum è di rigore nelle fratture di bacino e di femore prossimale anche in strada, a mio avviso) Di regola il vacuum è inserito in un sacco verricellabile (Mariner).

Il problema vero in certe situazioni è la mobilizzazione del paziente e il posizionamento sul vacuum.

La barella a cucchiaio (pressochè impossibile da utilizzare in certe situazioni) risulta poco adatta al soccorso in ambiente impervio. Aggiungerei che anche il sollevamento a ponte è una manovra molto pericolosa, specie nel paziente incosciente, o che abbia evidenza di traumatismo al rachide.

Se il paziente è supino, e gli spazi lo consentono, il log-roll aiuta a fare scivolare il vacuum sotto il ferito, che vi viene poi immobilizzato (prima però va sempre posizionato il collare).

In tutte le altre situazioni (pz prono,sul fianco con poco spazio di lavoro a ridosso di un ostacolo fisso o in posizone tale da dover essere mobilizzato a distanza per essere posizionato nel vacuum)credo che l’unico presidio davvero valido sia il KED.

Il KED è leggero, piace al pilota dell’elicottero perché non appesantisce la macchina, è facile da usare, ed è polifunzionale.

Con il KED il paziente può essere mobilizzato a distanza grazie alle maniglie, e questo preservando l’integrità del rachide in toto.

E’ facile da utilizzare, anche in condizioni estreme, e consente di prono- supinare pazienti che si trovano in posizioni molto difficili, in maniera relativamente sicura.

foto Mauro Carlini Nella mia esperienza ho anche notato che la curva di apprendimento nell’utilizzo del KED è sicuramente più rapida rispetto ad altri presidi, e questo lo rende più gradito al personale “laico” (particolare non trascurabile).

Nonostante ciò, il soccorso al traumatizzato grave in condizioni ambientali difficili rimane una sfida di grande impegno, nella quale occorre utilizzare conoscenze teoriche, esperienza e, perché no, una buona dose di ingegno e di inventiva.



Dr Christian Salaroli.

sito consigliato: www.italiapsicologia.it


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