PARTE PRIMA: |
LA CELLULA |
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Tutti gli esseri viventi, piante o animali risultano costituiti da un insieme di elementi, invisibili a occhio
nudo, variamente raggruppati fra di loro, detti cellule, i quali assumono gli aspetti piu' svariati in relazione
alle condizioni ambiemtali e alle loro funzioni: sono generalmente sferoidali, misurano da 2-5 micron
a 200-300 micron di lunghezza.
La cellula e' un organismo vivente estremamente complesso formato da una membrana cellulare, di struttura esile ma molto solida che serve alla difesa della parte interna e alla regolazione dei rapporti con l'ambiente esterno: e' di importanza fondamentale per la vita della cellula tanto che ogni danno alla membrana provoca di riflesso gravi perturbazioni o la morte della cellula stessa. La membrana cellulare e' permeabile sono cioe' possibili attraverso i pori sia l' ingresso delle sostanze necessarie alla vita della cellula che la eliminazione dei materiali di rifiuto: questi due movimenti sono pressoche' ininterrotti. All' interno della membrana si trova il citoplasma indifferenziato o jaloplasma, nel quale sono immersi le parti piu' differenziate di questo complicatissimo sistema vitale. Lo jaloplasma si divide in ectoplasma, parte periferica, ed endoplasma, parte centrale che circonda il nucleo che contiene i ribosomi: questi sintetizzano le proteine dagli aminoacidi. Oltre a costruire proteine la cellula, per vivere, deve assorbire prodotti nutritivi: questa funzione e' svolta da i lisosomi, corpiccioli costituiti da una membrana contenente enzimi capaci di scindere le sostanze organiche neccessarie al metabolismo della cellula. Nel nucleo, oltre ai ribosomi e ai lisomi, vi sono i cromosomi, che rappresentano il cervello della cellula. Nei cromosomi (che si mantengono in un numero fisso: 46 per l' uomo) vi sono particelle estremamente piccole che costituiscono i geni (DNA), qui risiede la capacita' di sviluppare un determinato carattere costituzionale, fisico, psichico, intellettuale e patologico. Fra il grande numero dei geni ve n'e' una particolare categoria (geni guida), capace di esercitare una guida, di stimolare cioe' la formazione di un particolare tipo di cellule oppure di trasferire una determinata ereditarieta'. Le cellule invecchiano rapidamente ed e' pertanto necessario che ogni cellula che muore venga sostituita: a questo scopo le cellule si dividono, sia per via diretta: amitosi sia per via indiretta mitosi. La capacita' di autoriproduzione e' la piu' importante propieta' di qualsiasi cellula ed e' la massima espressione della capacita' di adattamento.
La malattia cellulare, si riflette negativamente sui tessuti, sul funzionamento dell' organo e di conseguenza agli apparati poiche' i tessuti sono solidali attraverso il sistema vascolare e quello nervoso. I virus possono influire sulle cellule infettandole e trasformandole in altre con nuove propieta' ereditarie diverse da quelle che possedevano prima dell' infezione. Le cellule trasformate differiscono come forma, come ritmo di crescita, nell' attivita' degli enzimi e nella composizione della loro superficie. L' interferon, sostanza particolare che puo' essere elaborata da cellule aggredite da virus e che, una volta formata, passa nell' ambiente extracellulare, non e' direttamente virulicida ma ha il potere di rafforzare i mezzi di cui generalmente la cellula si serve per opporsi alla riproduzione dei virus. La trasformazione prodotta dal virus puo' giungere fino alla formazione di cellule CANCEROSE o in AIDS. |
LEUCOCITI |
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Attraverso il sangue si realizza il trasporto di sostanze nutritive, gas, ormoni, prodotti di rifiuto,
virus e batteri. Questo tessuto fluido trasporta inoltre, cellule che difendono l'organismo da infezioni
e malattie. Sono i globuli bianchi, cellule specializzate che migrano nei tessuti periferici per "combattere"
infezioni o per rimuovere detriti.
Inoltre, proteine speciali chiamate anticorpi attaccano micro-organismi o agenti ritenuti estranei all'organismo. I globuli bianchi o leucociti sono i responsabili dell difese immunitarie del corpo umano: Vi sono cinque categorie di globuli bianchi (linfociti, monociti, neutrofili, basofili e eosinofili). Esse svolgono una funzione difensiva contro gli aggressori provenienti dall' esterno e si avvalgono del sistema circolatorio per raggiungere il luogo attraverso cui sono penetrati elementi estranei. Per esempio, i monociti e i neutrofili usano la rete dei capillari per spostarsi dove qualche batterio e' riuscito a introdursi sfruttando una ferita. Nei tessuti i monociti danno origine ai macrofagi, cellule capaci di incorporare particelle estranee. Quindi macrofagi e neutrofili inglobano batteri che sono penetrati o altre cellule identificate come estranee ivi comprese le cellule cancerogene e dell'HIV. Cosi' facendo i globuli bianchi subiscono una degradazione irreversibile, muoiono e si accumulano contribuendo a formare quella sostanza biancastra nota come "pus", caratteristica delle zone infette. Gli eosinofili vengo prodotti dalla stimolazione di un infezione parassitaria, in seguito alla quale gli eosinofili convergono sugli aggressori e li ricoprono di sostanze letali. I basofili producono composti coagulanti e molecole, come l' istamina, che entrano in azione nelle reazioni infiammatorie. I linfociti intervengono nella risposta immunitaria. Il sistema immunitario consiste in circa duemila miliardi di linfociti. Molti di questi si trovano nel sangue e nella linfa distribuiti per tutto il corpo; altri si accumulano in organi specifici, soprattutto il timo, i linfonodi e la milza. La risposta immunitaria e' il risultato delle interazioni tra diversi tipi di linfociti e le molecole da essi prodotte. Ci sono due tipi di linfociti: LINFOCITI B e LINFOCITI T in una fase precoce dello sviluppo embrionale, i linfociti T, in via di formazione, migrano nel timo e si differenziano nelle forme mature. I linfociti B maturano invece nello stesso midollo osseo. I linfociti T e B svolgono, nella risposta immunitaria, ruoli nettamente diversi; comunque le risposte che entrambi producono constano di tre fasi fondamentali: - riconoscimento dell' invasore - attacco - memorizzazione.
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I VIRUS |
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I virus sono entita' il cui genoma cioe' il materiale ereditario, e' un elemento di acido nucleico,
DNA o RNA, che si riproducono esclusivamente all'interno delle cellule viventi usando il macchinario
cellulare per la produzione di particelle virali specializzate (virioni), che contengono i genoma virale
e lo trasferiscono ad altre cellule.
Nei virus quindi, vi e' la presenza di materiale genetico proprio in grado pero' di funzionare solo nell'inerno della cellula ospite, e la capacita' di esistere in un stato infettivo extracellulare sottoforma di virioni, con la forma di bastoncini o di struttura quasi sferica che vengono prodotti nella cellula infettata sotto il controllo genetico del virus stesso e servono come veicolo per introdurre il materiale genetico virale in altre cellule. Il ciclo vitale dei virus e' caratterizzato da due fasi distinte: una fase extracellulare, e una fase intracellulare. Nella fase extracellulare il virus e' chiamato virione, e' costituito da un involucro di proteine (a volte associate a glicoproteine) detto capside che funge da guscio e che racchiude il materiale genetico, che puo' essere costituito da DNA o RNA. In questa forma il virus e' relativamente resistente all'azione distruttiva dell' ambiente esterno, anche se basta poco per distruggere la maggior parte dei virus: il calore e la presenza di acidi, disinfettanti o detergenti sono normalmente in grado di distruggerli. Nella fase extracellulare il virus non e' in grado di esprimere nessuna delle sue potenzialita' e il virione puo' essere considerato come un veicolo esterno relativamente resistente all'ambiente esterno, capace di trasportare il materiale genetico virale da una cellula all'altra, da un individuo all'altro. Nella fase extracellulare il virus non e' in grado di moltiplicare il proprio materiale. Perche' i virus si riproducano hanno bisogno di un ospite cellulare: essi sono infatti dei parassiti endocellulari, il virione riconosce la cellula bersaglio per la presenza sulla superficie esterna (la membrana citoplasmatica) di particolari molecole, i cosidetti "recettori". Una volta attaccatosi, grazie al riconoscimento dei reccettori, il materiale genetico del virus entra nel nucleo della cellula e inizia a parassitarne i vari apparati molecolari per esprimere i propri prodotti genici e, sopprattutto, inizia a moltiplicare il proprio materiale ereditario (fusione ed endocitosi). Quando all' interno della cellula vi sara' una quantita' critica sia di materiale ereditario del virus sia di proteine virali in grado di racchiuderlo, si formeranno i virioni che usciranno dalla cellula per iniziare una nuova fase extracellulare che durera' fino a quando non incontreranno un' altra cellula bersaglio che verra' a sua volta infettata. Quasi tutti gli organismi: animali, vegetali e batterici rappresentano gli ospiti potenziali per un determinato virus. Nell'uomo possono causare infezioni relativamente benigne, come il comune raffreddore, oppure essere responsabili di patologie gravi quali il cancro, la poliomielite e l' AIDS. |
CELLULA E VIRUS |
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Come abbiamo visto tutti i virus necessitano della fase intracellulare per esprimere i propi geni
e moltiplicarsi. L' espressione dei geni virali avviene nella maggio parte dei casi nel nucleo della
cellula. La presenza dei prodotti proteici virali porta in molti casi a un profondo cambiamento delle
propieta' della cellula. Il virus e' quindi in grado di sovvertire il normale sviluppo della cellula ospite
alterandone i principali processi metabolici.
L' armonia dello sviluppo cellulare ,chiaramente, dipende dalla perfezione con cui funzionano diversi sistemi regolativi e dal modo in cui tali sistemi si intrecciano l'uno con l'altro. Il sistema regolativo piu' importante e' costituito dai meccanismi che governano la regolazione genica e per meglio spiegare il meccanismo dell'espressione dei geni si puo' utilizzare questa semplificazione: ogni gene o DNA puo' essere considerato come un libro che porta una determinata informazione per la costruzione di un prodotto, (proteina) e, il nucleo cellulare puo' essere visto come una biblioteca. L' informazione quindi risiede nel gene (libro) mentre nel nucleo cellulare esiste una specie di fotocopiatrice in grado di copiare anche in molte copie un determinato gene o DNA (libro). Questo processo si chiama trascrizione. La fotocopia viene utilizzata per la costruzione del prodotto finale: la proteina; questo passo si definisce traduzione. Quindi, cio' che viene direttamente utilizzato per la sintesi di una nuova proteina non e' il gene (DNA) ma la sua copia (RNA messaggero). Questo sistema ha il chiaro vantaggio che l' informazione originale cioe' il DNA (gene) non lascia mai la sua sede naturale e potra' essere riutilizzata (fotocopiata) un numero infinito di volte, inoltre se la cellula necessita di poche molecole proteiche, il gene verra' copiato poche volte, in caso contrario si potranno produrre numerose copie che serviranno da stampo per la sintesi di un alto numero di molecole identiche. L'espressione genica e' quindi un meccanismo estremamente controllato che governa tutti i principali parametri del metabolismo cellulare. Quando una cellula viene infettata da un virus essa subisce quasi sempre drammatici cambiamenti nel proprio metabolismo dovuti alla presenza di geni virali che sovvertono l' espressione regolata di geni cellulari. In alcuni casi questi cambiamenti di metabolismo cellulari portano a situazioni patologiche gravissime come il CANCRO e l'AIDS. |
RETROVIRUS |
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Come detto precedentemente, molti diversi tipi di virus sono caratterizzati dal fatto che il loro
materiale ereditario e' costituito da RNA. Tra questi "virus a RNA" vi e' una classe particolare,
denominata retrovirus, la cui caratteristica principale e' il peculiare ciclo vitale.
I virioni dei retrovirus contengono nel loro interno due molecole identiche di RNA; il materiale ereditario dei retrovirus ha quindi la caratteristica particolare ed unica di essere diploide: ogni virione contiene sempre due copie identiche del genoma virale e, non e' ancora nota la diplopia dei retrovirus, probabilmente essa permette di bilanciare un possibile danno del materiale ereditario che potrebbe presentarsi in una molecola ma non nell'altra e che consentirebbe al virione di disporre in ogni caso di una molecola ereditaria che porta il corretto programma genetico del retrovirus. Oltre al materiale ereditario, il virione contiene un enzima particolare in grado di copiare una molecola di RNA in DNA (David Baltimore e Howard Temin Nobel 1970).Questo enzima detto DNA polimerasi RNA dipendente noto come TRANSCRITTASI INVERSA copia (non senza qualche errore) l' RNA del genoma virale producendo prima un ibrido RNA-DNA e poi una molecola di DNA a doppia elica, e la sua presenza all'interno della cellula ospite e' un sicuro mezzo per la diagnosi dell' infezione retrovirale. Quando si formeranno i virioni questi, usciranno dalla cellula senza ucciderla alla ricerca di un altro ospite. L' infezione non produce quindi necessariamente l' uccisione della cellula ospite, ne impedisce la sua capacita' a dividersi, anche se molto spesso subisce delle alterazioni tali da alterarne il metabolismo che in alcuni casi, puo' portare a una crescita cellulare di tipo tumorale o altera il normale processo di sviluppo cellulare inducendo quindi una situazione patologica piu' o meno grave. E' dunque normale che una cellula possa essere infettata da un retrovirus e liberi continuamente virus infettivi nell'ambiente circostante. Anche se tutti i tipi di retrovirus seguono la stessa strategia replicativa essi si dividono in tre sottofamiglie: ONCOVIRUS che includono tutti i virus oncogeni e molti virus correlati che non inducono il cancro, i SPUMAVIRUS che provocano infezioni persistenti senza un quadro patologico evidente ad essi associabili, noti anche come virus schiumosi e i LENTIVIRUS virus lenti che provocano disfunzioni neurologiche e polmoniti croniche come nel caso di alcuni virus animali e nei virus dell' immunodeficienza che comprendono l' HIV, l'agente che causa l' AIDS.
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IL VIRUS HIV |
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Nel 1981 negli Stati Uniti furono riportati cinque casi di PCP (polmonite da Pneumocystis carinii)
in giovani omosessuali maschi. Concomitantemente a questa rara patologia furono riportati numerosi
casi di patologie associate a immunodeficienza, come la candidosi (una micosi orale nota come
"mughetto"), infezioni opportunistiche ( infezioni scarsamente patogene ma in grado di diventarlo
in soggetti immuno-depressi) e il rarissimo tumore noto come sarcoma di Kaposi.
Sorprendentemente, tutti i pazienti affetti erano omosessuali o tossicodipendenti da droghe assunte per via endovenosa, e tutti presentavano una ridotta funzionalita' dei linfociti T che, costituisce un marker diagnostico di immunodeficienza. Per questo per definire le diverse manifestazioni cliniche di questa nuova patologia fu coniata l'espressione: Acquired Immuno-Deficiency Syndrome (AIDS). Benche' la malattia presentasse aspetti misteriosi, divenne ben presto chiaro che tutti i soggetti malati subivano una drastica riduzione di una specifica sottofamiglia di linfociti T, i linfociti T-CD4 che hanno sulla membrana una particolare molecola (recettore) detta CD4. La riduzione del numero dei linfociti T-CD4 altera la capacita' della risposta immunitaria e, essendo i coordinatori dell' azione del sistema immunitario, per esempio attivano i cosidetti linfociti "killer", i Linfociti T8 che eliminano le cellule infette, la loro alterazione fa precipitare nel caos l'attivita' del sistema fino a bloccarla completamente e di conseguenza gli individui affetti da AIDS presentavano un marcato deficit immunitario e quindi erano particolarmente vulnerabili ad agenti patogeni che sarebbero stati controllati con facilita' da un sistema immunitario sano (agenti opportunisti). Verso la fine del 1982, negli USA il numero dei pazienti affetti da AIDS era salito vertiginosamente e, la malattia non risultava piu' confinata solo a omosessuali e tossicodipendenti ma si estendeva a emofiliaci, immigrati haitiani, patner di individui a rischio e bambini nati da madri affette. Tutte queste osservazioni suggerivano che la malattia si trasmetteva attraverso rapporti sessuali e attraverso il sangue. Nel 1983 un gruppo di ricercatori francesi diretti da Luc Montagnier riporto' la prima evidenza di un retrovirus in un paziente con linfoadenopatia, una patologia associata ai primi stadi dello sviluppo dell' AIDS. Questo virus, risulto' diverso da entrambi i tipi di virus HTLV e fu chiamato LAV (lynphadenopathy-Associated Virus, virus associato alla linfoadenopatia). L' associazione tra il virus LAV e l' AIDS rimaneva comunque elusiva, questo, derivava dal fatto che, non era stata ancora messa a punto in laboratorio una metodica atta a far replicare in cellule opportune il nuovo virus isolato. Il problema fu risolto brillantemente dal gruppo di Robert Gallo nel 1984: i ricercatori americani furono in grado di sviluppare un particolare sistema di crescita in coltura di linfociti T-CD4, cellule che si rivelarono l'ospite ideale per la crescita e succesivo isolamento del virus in malati di AIDS. Utilizzando queste colture cellulari, i ricercatori americani isolarono un medesimo tipo di virus da circa 50 diversi malati di AIDS; il nuovo retrovirus fu chiamato HTLV-III perche' apparentemente simile a HTLV I e HTLV II, due retrovirus isolati nel sud del giappone. La disponibilita' di preparazioni "pure" di virus permise un nuovo tipo di analisi del sangue e fu dimostrato che l' HTLV-III era presente in quasi tutte le persone affette da AIDS e cosa ancor piu' significativa, l' HTLV-III era presente anche in persone a rischio, che avevano ricevuto per trasfusioni sangue contaminato, ma che non presentavano ancora segni della malattia. L' agente eziologico dell' AIDS era stato quindi stabilito. I risultati ottenuti in Francia e negli Stati Uniti erano chiaramente simili e ben presto si dimostro' la cosa piu' ovvia: il virus LAV (isolato dai francesi) e il virus HTLV-III (isolato dagli americani) erano lo stesso virus. Il virione (forma extracellulare del virus) aveva forma rotondeggiante con un nucleoide denso, avviluppato da un involucro fosfolipidico da cui protudeva piccole spine superficiali di natura glicoproteica. Successivamente una commissione internazionale di virologi ne modifico' il nome in HIV: con questo nuovo e definitivo nome si eliminava la confusione causata dall' esistenza di due nomi per indicare uno stesso virus e si sottolineava in maniera definitiva che il retrovirus HIV era l' agente cauasale dell' AIDS. La definizione di AIDS subi' in seguito numerose revisioni, molti autori preferiscono oggi la denominazione di "malattia da HIV" per definire tutto il decorso dell' infezione.
Il virus HIV fu denominato HIV-1, i due retrovirus appartengono alla famiglia dei lentivirus sono molto simili ed entrambi possono causare l' AIDS, anche se il potenziale dell' HIV-2 e' minore e a latenza clinica piu' lunga e dotato di minore trasmissibilita' con diffusione confinata in africa occidentale. L' HIV-1 risulta essere diffuso in maniera piu' ubiquitaria e se ne conoscono diversi sottotipi (dal sottotipo "A" al sottotipo "O"). Lentivirus affini all' HIV umano sono stati isolati da scimmie africane e sono stati chiamati SIV (simian), il virus SIVmac e' in grado di infettare i cercopitechi grigio-verde africani, per ragioni ignote questo virus non e' patogeno in queste scimmie, mentre provoca immunodeficienza nei macachi asiatici in cattivita', e a tutt'oggi non e' ben chiaro il motivo della resistenza dei cercopitechi al virus. E' chiaro pero' che la selezione naturale tende molto spesso a favorire nel tempo la soppravvivenza sia del virus sia del suo ospite e che nel corso dell' evoluzione il rapporto virus-ospite e' certamente destinato a cambiare. E' quindi di notevole interesse capire come cio' possa essere avvenuto nel caso del retrovirus SIVmac che e' endemico nei cercopitechi senza indurre immunodeficienza, lo studio comparativo del patrimonio genetico dei virus SIV ed HIV ha rivelato che HIV-2 e' molto affine al virus SIVmac e questo ha rafforzato l' ipotesi accettata che, l' HIV-2 possa essere stato trasmesso all' uomo da un primate, quasi certamente un macaco: quello che non e' stato trovato e' un virus delle scimmie affine all' HIV-1.
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IL CICLO REPLICATIVO DELL' HIV |
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Una volta penetrato nel sangue il virus HIV viene immediatamente raggiunto dai macrofagi, un gruppo
particolare di cellule del nostro sistema immunitario, che, hanno il compito di opporre la prima resistenza all'intrusione di ogni agente esterno
pericoloso per l'integrita' del nostro organismo.
Il loro compito e' di fagocitarlo, cioe' di inglobarlo al loro interno, in modo da distruggerlo. Tuttavia il virus HIV e' un virus che pur incorporato dai macrofagi riesce a soppravvivere, anzi, usa proprio i macrofagi come mezzo di trasporto verso le cellule che costituiscono il suo bersaglio preferenziale, i linfociti CD4, favorendone cosi', la diffusione all'interno dell'organismo. Il virus HIV e' stato classificato nella famiglia dei lentivirus sulla base di criteri genetici, morfologici e patologici. L' analisi al microscopio elettronico ha mostrato un virione di forma sferica con un diametro di 110 nm (nanometri) e con una classica struttura interna cilindrica detta nucleocaspide. Come per tutti i retrovirus, il ciclo replicativo comincia quando una particella HIV si lega alla superficie esterna di una cellula nella quale inocula il proprio nucleocaspide nel quale sono contenuti due filamenti identici di RNA(1 copia) e gli enzimi di origine virale necessari per le fasi intracellulari del ciclo replicativo. Dopo la penetrazione nel linfocita, l'RNA virale viene trascritto, ad opera di una proteina denominata transcriptasi inversa, in una molecola di DNA. L'informazione genetica ormai sotto forma di DNA a doppio filamento migra nel nucleo e, attraverso un meccanismo di rottura e saldatura, si integra nel patrimonio genetico della cellula ospite. Una volta insediatosi, il DNA virale (il provirus) si duplica insieme al DNA cellulare, e a questo punto l'infezione diventa permanente. La seconda parte del ciclo vitale, ossia la produzione di nuove particelle virali si svolge sporadicamente e solo in alcune cellule infettate. Essa inizia quando nelle sequenze ripetute terminali (LTR) caratteristiche di tutti i retrovirus si legano degli enzimi cellulari che permettono la trascrizione del genoma virale: il provirus quindi serve da stampo per la sintesi di molecole di RNA. Una parte delle molecole RNA virale e' destinata a dare origine a nuovi virus mentre altre molecole di RNA funzionano da RNA messaggero cioe' da stampo per la produzione di proteine virali che diventeranno le proteine strutturali e gli enzimi delle nuove particelle virali. Uno degli enzimi chiave nella produzione di virioni maturi e' una proteasi (cioe' enzima che scinde altre proteine) che completa la formazione del virione. Quando si stacca dalla cellula per gemmazione, il virione completo resta avvolto in un frammento della membrana di questa. Il virione contiene nel suo rivestimento esterno una particolare struttura sporgente che ha l'aspetto di minuscole punte arrotondate. Ogni punta e' in realta' un complesso di piu' proteine virali una delle quali, detta glicoproteina 120 (gp120) per le sue dimensioni e per il fatto di essere fortemente glicosilata (cioe' dotata di molti gruppi di glucidi), sporge all'esterno, mentre un'altra, la glicoproteina 41 (gp41), e' inserita come uno stelo nella membrana. Tutto il processo di formazione di virioni infetivi puo' svolgersi molto lentamente, risparmiando la cellula ospite, oppure tanto rapidamente che la stessa subisce lisi cellulare, cioe' si frantuma rilasciando molte particelle virali mature e potenzialmente in grado di infettare altre cellule. Come si e' detto in precedenza, una caratteristica peculiare dell' infezione da HIV e' la selettiva diminuzione dei linfociti T-CD4. La specificita' verso le cellule che in superficie presentano la proteina CD4 sollevo' il forte sospetto che proprio la molecola CD4 sia il recettore che il virus HIV e' in grado di riconoscere. Questa prova si ottenne nel 1986 quando fu dimostrato che cellule refrattarie all'HIV divenivano attaccabili dall' infezione se si introduceva sulla loro membrana la proteina CD4 e che la glicoproteina virale gp120 e' in grado di associarsi con la molecola CD4 con un'alta affinita': l'interazione specifica tra la molecola gp 120 (esterno virione) e la molecola CD4 (sulla membrana cellulare) costituisce quindi il primo e fondamentale passo per l'infezione. Oltre ai linfociti T-CD4 anche altri tipi di cellule possono essere infettati dal virus: i monociti e i macrofagi , le cellule di Langerhans, le cellule gliali e certe cellule tumorali, tutte cellule che presentano, anche se a livelli modesti, la molecola CD4 sulla loro superficie. Poiche' i linfociti T-CD4 sono i cordinatori del sistema immunitario, la loro alterazione fa precipitare nel caos l' attivita' di difesa dell' organismo fino a bloccarla completamente. L'infezione primaria qualunque sia la modalita' del contagio (sessuale, sanguigna, madre-figlio), si traduce in un infezione acuta, con manifestazioni apparentemente banali (una sorta di influenza), che durano qualche giorno o qualche settimana. In questa fase il virus si moltiplica nei linfonodi (le ghiandole linfatiche) ma pochissimo nel sangue; la risposta immunitaria e' quella normale, per nulla specifica contro l' HIV. Poiche' i sintomi dell' infezione primaria sono poco significativi, la stessa passa in genere innosservata, e' molto raro, infatti, che in queste occasioni si consulti il medico. Piu' tardivamente, in genere dopo un paio di mesi, nel sangue cominciano a essere presenti gli anticorpi anti-HIV (sieropositivita') ed e' possibile diagnosticare l' avvenuta infezione. La persona successivamente non presenta sintomi clinici specifici, e' in una fase che dura a lungo, in genere parecchi anni detta asintomatica o fase silente: nel sangue sono presenti gli anticorpi anti-HIV ma poche particelle virali (e' pero' in grado di trasmettere l'infezione). Gli anticorpi anti-HIV presenti nel sangue non sono in grado di determinare la guarigione; la loro presenza non e' quindi indice di pregressa infezione e di immunita' acquisita (come nel caso di normali anticorpi), bensi' soltanto di infezione in atto. Verso la fine di questa fase il numero di linfociti T-CD4 risulta notevolmente ridotto e quindi cominciano a comparire anomalie biologiche che poco a poco si amplificano. Il periodo privo di sintomi non corrisponde a una fase di latenza dell' infezione, cioe' a una fase in cui il virus "dorme" nelle cellule che ha infettato, si sa invece che in questa fase il virus si moltiplica con grande rapidita' all' interno dei linfonodi (ma assai poco nel sangue) fino a che, raggiunta una sufficiente "massa d' urto" passa ad attaccare a fondo il sistema linfatico. Quando il numero dei linfociti T-CD4 diventa troppo basso, il sistema immunitario non riesce piu' ad assolvere alle sue funzioni. La depressione immunitaria non e' ancora generale, ma inizia a manifestarsi nei confronti di germi normalmente sotto controllo: compaiono allora varie malattie di tipo infettivo (infezioni opportuniste) che l'organismo non riesce a bloccare, neppure con l' aiuto di cure intensive con antibiotici (AIDS conclamato). Piu' avanti compaiono malattie piu' gravi (p.e. alcuni tumori) e talvolta affezioni del sistema nervoso perche' anche le cellule gliali (le cellule che rivestono le fibre nervose) presentano sulla loro superficie i recettori CD4. La situazione si aggrava sempre di piu', le terapie diventano meno efficaci e puo' sopraggiungere la morte.
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DEFINIZIONE AIDS |
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Come ormai tutti sanno, AIDS e' l'acronimo di Acquired Immuno-Deficiency Sindrome, espressione inglese che significa sindrome da
immunodeficienza acquisita: l'espressione italiana ha per acronimo SIDA, quasi sconosciuto in Italia ma usato invece in altri paesi latini
(p.e. Francia e Spagna). In questa definizione resta sottointeso che soggetto della sindrome e' l'uomo.
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LA DEFINIZIONE |
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Prima di parlare di AIDS e' opportuno soffermarsi un momento sulle tre parole della definizione.
SINDROME: Per sindrome si intende "il complesso dei sintomi che denunciano una situazione morbosa, senza costituire di per se' una malattia autonoma". IMMUNODEFICIENZA: Per immunodeficienza si intende una "insufficiente difesa immunitaria da parte dell' organismo", in altre parole, un cattivo funzionamento del sistema immunitario. Com'e' noto, l'identita' di ogni singolo organismo viene mantenuta grazie a un meccanismo di conservazione il cui aspetto piu' evidente e' la resistenza verso le malattie infettive. A quest' ultimo compito provvede appunto il cosidetto sistema immunitario che, utilizzando particolari cellule (soprattutto linfociti, cellule bianche del sangue), e' in grado sia di riconoscere cio' che e' "proprio" dell' organismo da cio' che "non e' proprio". ACQUISITA: Per acquisita si intende "non congenito", cioe' non presente nell' organismo sin dalla sua origine. La definizione originale di caso di AIDS (anche se oggi ancora qualcuno mette in discussione l'esistenza del virus HIV www.oikos.org, aggiornato 1/1/2003), messa a punto nel 1981 dai Center for disease (CDC) di Atlanta, e' stata ripetutamente aggiornata nel 1985 e 1987, ed ulteriormente revisionata nel 1993. Essa ha portato ad una differenziazione fra Stati Uniti e Paesi Europei. Infatti, gli Americani, oltre ad includere nella definizione di caso di AIDS le patologie opportunistiche, definiscono come caso di AIDS anche tutti i soggetti HIV positivi con numero di linfociti CD4 inferiore a 200/mmc, a prescindere dalla presenza di sintomi clinici. Gli Europei, al contrario, non hanno introdotto il livello di linfociti CD4 < 200/mmc nella definizione di caso di AIDS. Oggi ha altissimo valore predittivo la conta della carica virale plasmatica espressa in termini di numero di copie di HIV-RNA per ml di plasma. Questo parametro e' diventato il criterio piu' importante per la definizione dello stato di progressione della malattia nel singolo individuo. Una volta disgnosticato, l' AIDS viene considerato ancora mortale; a tutt'oggi, non esiste infatti una terapia efficace priva di effetti collaterali ne' un vaccino (25 tipi di vaccino in sperimentazione di cui 1 tutto italiano anno 2002), anche se, i sintomi e le complicanze presenti nella sindrome rispondono in modo variabile a varie terapie e, solo dalla seconda meta' del 1996 (15 anni dopo i primi casi americani) e' stata rilevata una riduzione dei nuovi casi di malattia conclamata da imputarsi all' impiego di nuovi farmaci finalmente in grado di allungare i tempi di progressione dell' infezione. La soppravvivenza media delle persone con AIDS conclamato e' passata dai 15 mesi agli inizi del 1990 ad una soppravvivenza attuale superiore ai 5 anni (a. 2000) che vengono sommati alla durata media del periodo di "incubazione" cioe' di evoluzione in AIDS stimato in 8/10 con punte di 15 anni. La prospettiva e' dunque sostanzialmente cambiata. Oggi, il compito degli operatori socio-sanitari non e piu' come accadeva in passato di aiutare a morire, ma di aiutare a vivere, aiutare a recuperare una qualita' di vita, un reinserimento sociale, possibilmente anche lavorativo, un recupero di autonomia, piu' o meno completa. Grazie all' efficacia delle nuove terapie i malati di AIDS sono diventati dei malati cronici, hanno recuperato uno stato di salute che permette loro un progetto per il futuro. |
DIAGNOSI |
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Come per tutte le infezioni virali, l' ingresso dell HIV nell' organismo determina una risposta immunitaria da parte di quest' ultimo, risposta
caratterizzata dalla produzione di specifici anticorpi.
L'infezione da HIV viene quindi diagnosticata mediante la ricerca nel sangue degli anticorpi anti-HIV la cui presenza definisce la condizione di sieropositivita' per l' HIV e non lo stato di avvenuta immunita' al virus. La presenza di anticorpi nel sangue inoltre segnala si che si e' avuta un' esposizione al virus ma non neccessariamente la presenza del virus stesso, per cui sono neccessari altri esami di controllo. Gli anticorpi anti-HIV compaiono nel sangue circa due mesi dopo il contagio: nel periodo che intercorre tra il contagio e la comparsa degli anticorpi (finestra immunitaria o periodo finestra) l'individuo risulta quindi sieronegativo, pur essendo gia' infetto e in grado di contagiare altri individui. Se il test risulta negativo va comunque ripetuto allo scadere dei 6 mesi, calcolati a partire dall'ultimo episodio ritenuto a rischio. Una persona che risulta positiva al primo test, il test ELISA (Enzime Linked Immuno Sorbent Assay), viene sottoposta ad altri test di conferma, tra cui il Western Blot, più sicuro ma che non viene utilizzato come primo test per problemi di costi. Anche questo test serve a stabilire l' avvenuta infezione da HIV e non la presenza di AIDS. Poi vengono effettuati test per valutare se e quanto il virus HIV ha danneggiato il sistema immunitario, tra cui fondamentale è la conta dei linfociti CD4. Una diagnosi precoce dell' infezione puo' consentire un trattamento ottimale in quanto permette di instaurare nel momento piu' opportuno sia le terapie antivirali (HAART), sia la profilassi delle infezioni opportunistiche. E' disponibile infine, un esame molto importante che misura la quantità di virus (copie di RNA virale) nel siero. Questo esame è fondamentale perché permette tra l'altro una verifica indiretta dell'efficacia dei farmaci antiretrovirali. Esistono anche esami anche sul genotipo e fenotipo virale, che servono a individuare i ceppi mutanti resistenti ai farmaci. Se in una persona si ritrovano gravi danni al sistema immunitario e la presenza di infezioni opportunistiche, si diagnostica l'AIDS.
-Infezioni da batteri e protozoi, tra cui sono frequenti: Pneumocistosi, una polmonite causata da un protozoo di nome Pneumocistis Carinii; -Toxoplasmosi, causata dal Toxoplasma Gondii, un protozoo che colpisce il cervello, l'occhio e raramente il polmone; -La Tubercolosi, causata dal bacillo di Koch. - Infezioni da virus tra cui l' Herpes -infezione da CitoMegaloVirus e HHV-8. - Tumori: Linfomi, tumori delle ghiandole linfatiche; - Sarcoma di Kaposi. - Infezioni micotiche tra cui è frequente l'infezione da Candida, un fungo che nelle persone immunodepresse si può sviluppare in bocca, nell'esofago e in altre parti del corpo. La distinzione tra sieropositività e AIDS conclamato in realta' si basa su criteri schematici. E' nata negli Stati Uniti da esigenze assicurative. In alcuni casi si può stare meglio nella condizione di AIDS conclamato che in quella di sieropositività.
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LISTA DELLE MALATTIE INDICATIVE DI AIDS |
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TRASMISSIONE DELL' INFEZIONE DA HIV |
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L' infezione da HIV puo' essere trasmessa per via sessuale tramite rapporti omo-etero sessuali.
Per via ematica per esposizione a sangue e derivati del sangue infetto ( p.e. come avviene fra i tossicodipendenti con lo scambio di siringhe). Per via verticale da madre a figlio durante la gravidanza, al momento del parto o durante l'allattamento. La possibilità che questo avvenga si riduce fortemente se la madre è in terapia con antiretrovirali, fino ad essere meno del 10%. Il bambino non avendo anticorpi propri eredita gli anticorpi della madre, quindi può nascere sieropositivo, ma non avere il virus. In questo caso il bambino ritornerà sieronegativo durante i primi mesi di vita. Studi recenti dimostrano una notevole riduzione di casi di trasmissione dell'HIV nel caso in cui la madre sia sottoposta ad idonea terapia durante la gravidanza e partorisca con parto cesareo. La corretta applicazione dello screenning delle donazioni di sangue e di rigide regole nella produzione dei derivati del sangue hanno permesso, a partire dal 1985, di ridurre quasi a zero il rischio di trasmissione dell' HIV attraverso il sangue ed i suoi derivati. L' HIV non si trasmette per contatto casuale, non si diffonde toccandosi, abbracciandosi, respirando la stessa aria o usando le stesse stoviglie. Per quanto riguarda la trasmissione sessuale di tipo insertivo (il virus e' presente nel sangue e nelle secrezioni genitali delle persone infette) e in linea teorica anche i rapporti oro-genitali ed i baci "penetranti" sono una potenziale modalita' di infezione, il rapporto anale omo/eterosessuale e' incomparabilmente piu' a rischio degli alltri. Comunque sebbene il virus possa essere presente nella saliva, sino ad oggi non ci sono evidenze che questa via rappresenti una modalita' di trasmissione significativa, non è mai stato segnalato un caso di contagio attraverso il bacio e considerando che nel mondo ogni giorno si scambiano decine di milioni di baci profondi, é possibile considerare sicuro questo tipo di rapporto. Stime della probabilita' di trasmissione dell' infezione da HIV per singolo rapporto sessuale non violento sono disponibili da ricerche realizzate sia in paesi industrializzati che in aree in via disviluppo. Per quanto riguarda la trasmissione da donna a uomo, si passa da una stima massima di 0,13 in kenia, a 0,03/0,06 in Tailandia, a 0,001 ovverosia uno per mille in Europa ( anno 1998). L'uso adeguato del profilattico puo' ridurre drasticamente il rischio di trasmissione dell' infezione che dovrebbe, in condizioni ideali, tendere allo zero. Tra i fattori che possono ridurre il rischio ricorderemo, (dal punto di vista statistico) la circoncisione e la somministrazione di farmaci antiretrovirali. Dall' altro lato, un infezione recente o in stato avanzato, la presenza di ulcere genitali o, anche, di ectopia cervicale, sono alcuni fattori che possono aumentare la probabilita'di trasmissione dell' infezione HIV. In Italia,oggi si sta registrando un progressivo e preoccupante aumento dei contagi eterosessuali, a fronte di una riduzione dei casi tra i tossicodipendenti (anno 2002). Per quanto riguarda i tossicodipendenti, anche se non sono disponibili stime accurate del rischio di trasmissione tramite scambio di aghi e/o siringhe, si puo' pero' assumere che questo sia comunque elevato non solo in funzione della molteplicita' delle esposizioni, ma anche per le modalita' dell' esposizione stessa che contemplano, in questo caso, il possibile passaggio di una notevole quantita' di sangue. In mancanza di una cura definitiva o di un vaccino, la prevenzione e l'informazione restano alla base della lotta all' HIV. Tenendo presente che diversi fattori sociali e culturali possono influenzare i comportamenti individuali e la percezione del rischio, i capisaldi della prevenzione nei Paesi industrializzati devono essere basati su una corretta informazione e su programmi di riduzione del rischio, mirati in particolare sulla riduzione della promiscuita' sessuale, sull' uso corretto del profilattico, sull' evitare lo scambio di siringhe tra persone che fanno uso di droga per via endovenosa, sull' offerta attiva dei test HIV alle donne in eta' fertile, e sull' applicazione delle precauzioni Universali per gli operatori sanitari. Il tasso di trasmissione parenterale negli operatori sanitari esposti a sangue infetto in seguito ad incidenti professionali (p.e. puntura con ago di siringa) si avvicina al 3 per 100. Le Precauzioni Universali prevedono che ogni paziente e alcuni campioni biologici: sangue,vomito, liquido seminale, secrezioni vaginali, tessuti, liquor, liquido amniotico, essudato sinoviale, pleurico, peritoneale, pericardico debbano essere considerati come potenzialmente infetti. Non ci sono quindi precauzioni differenziate ma la raccomandazione di usare sempre idonee misure di barriera nei casi in cui si preveda un contatto con sangue o gli altri liquidi biologici. Il lavaggio delle mani, l' uso di guanti, mascherine e occhiali, camici e la corretta gestione di aghi e strumenti accuminati. |