Gruppo AutistaSoccorritore.it:
cell 329/2091250


CROCE ROSSA ITALIANA COMITATO PROVINCIALE BERGAMO

LA COMUNICAZIONE EFFICACE





T-shirt autistasoccorritore.it, bianca, nera, rossa ufficilale a solo 12,00 Euro: ordini 329/2091250



La comunicazione è un processo di scambio di informazioni e di influenzamento reciproco che avviene in un determinato contesto ( Watzlawick).


Ogni comunicazione contiene un aspetto di contenuto, la “notizia”, i “dati”, e un aspetto di relazione che definisce i rapporti tra gli interlocutori; infatti la relazione definisce il modo in cui i dati vengono trasmessi e permette di capire come deve essere interpretato il messaggio ( metacomunicazione).


Statisticamente, in una comunicazione, il contenuto ha un “peso” soltanto del 10%, il tono della voce del 30% e la gestualità del 60%. Tono della voce e gestualità definiscono con il 90% la relazione! E’ straordinario come noi, pur non avendo consapevolezza piena del linguaggio non verbale, istintivamente gli attribuiamo maggior importanza e gli concediamo maggiore fiducia, infatti spesso lo usiamo come modalità di controllo del linguaggio verbale.


Provate a dire “sono molto contenta di vederti” con un’espressione sfacciatamente triste: che reazione avrebbe la persona che vi sta di fronte? Siamo in genere molto attenti a controllare la congruenza tra il contenuto della comunicazione ed i segnali non verbali dell’interlocutore: la congruenza convince mentre l’incongruenza rende instabile il rapporto e genera disagio.


La comunicazione è costituita, oltre che da una componente razionale, da una componente emotiva ed è fortemente influenzata dalle personalità diverse che si mettono in relazione, dai meccanismi di percezione e di difesa.


Quando una relazione è da costruire o è tesa o addirittura negativa i segnali non verbali (tono, mimica, atteggiamento, gestualità, distanza) diventano molto importanti, spesso “inghiottono” le informazioni sul piano del contenuto. Se un interlocutore ha paura o si sente aggredito o umiliato si attiva in lui il “cervello rettile”, si innesca un parziale blocco delle funzioni cognitive e le emozioni prendono il sopravvento. La relazione diventa più difficile da mantenere o instaurare.


Ogni persona, possiede un proprio sistema di riferimento legato al proprio modo di rapportarsi al mondo e, in particolare, determinato dal proprio sistema percettivo, dal concetto di sé, dalla storia personale, dai bisogni affettivi, dalle capacità cognitive, dalla cultura e i valori di riferimento, dalle motivazioni e aspettative, ecc. Se una persona non riesce a decentrarsi dal proprio sistema di riferimento non è in grado di comprendere quello di un altro e ne risulta una comunicazione viziata.


Per difenderci dal bombardamento di stimoli cui siamo permanentemente sottoposti (10000 stimoli al secondo) usiamo selezionare le informazioni che provengono dal mondo esterno attraverso l’uso di “filtri” fisologici, emotivi e culturali. Questi filtri agiscono strettamente connessi ai meccanismi di difesa che scattano automaticamente nel momento in cui un soggetto ha bisogno di escludere dalla consapevolezza informazioni o impulsi giudicati inaccettabili (ad es. la notizia di un tumore) che gli provocherebbero sofferenza.


Questi filtri ignorano o distorcono le informazioni che non confermano il nostro sistema di riferimento. E’ infatti proprio la nostra identità che è costantemente in gioco nei processi di comunicazione e spesso è il desiderio di sentire confermata la propria identità o il timore che questa possa essere minacciata che influenza pesantemente la nostra capacità di ascolto e di comprensione.


E’ importante soffermarci su alcuni aspetti della comunicazione non verbale:

la teoria dei “primi cinque minuti” dimostra quanto sia potente l’impatto iniziale di una nuova relazione, tanto potente da influenzarne gli esiti futuri. Se in una nuova relazione i primi cinque minuti lasciano un’impressione favorevole, le relazioni future saranno orientate positivamente nel 50% dei casi, ma se i primi cinque minuti hanno lasciato un’impressione sfavorevole, le relazioni future saranno improntate negativamente nel 90% dei casi.


Che cosa si conosce dell’altro in cinque minuti?

L’aspetto esteriore, le sue scelte in fatto di abbigliamento, i gesti, la posizione che assume nello spazio, il tipo di vicinanza fisica che propone, il tono della voce, ecc. I primi cinque minuti ci permettono di acquisire informazioni sull’interlocutore solo attraverso la comunicazione non verbale.



COME FARE A RENDERE LA COMUNICAZIONE PIU’ EFFICACE?




Molto dipende dalla sensibilità personale di ognuno e dalla conoscenza di sé e dell’altro, oltre che dal reale desiderio di “mettersi sulla stessa lunghezza d’onda”, ma ci sono degli accorgimenti che ciascuno di noi può mettere in atto per facilitare la comunicazione: l’uso di un codice comune con l’attenzione al contesto culturale dell’interlocutore;


l’ascolto di ogni feedback anche non verbale;

restituire l’ascolto, comprendere la preoccupazione, costruire l’empatia;

argomentare: esplicitare i fatti a sostegno del messaggio e le possibili soluzioni che il messaggio può prospettare;

coinvolgere le persone nella gestione dell’emergenza proponendo e concordando cosa loro possono fare;

riassumere, ripetere il messaggio chiave mantenendo sempre viva la relazione.


Cercare quindi di essere più in ascolto, più osservatori… Poiché il tempo è un bene prezioso e va utilizzato al meglio, le modalità di ascolto dovrebbero essere migliorate.



ASCOLTO ATTIVO EMPATICO




Ci si mette in condizione di “ascolto efficace” provando a mettersi “nei panni dell’altro”, cercando di entrare nel punto di vista del nostro interlocutore e comunque condividendo, per quello che è umanamente possibile, le sensazioni che manifesta.


Lo sforzo necessario sarà di spostare l’interesse dal “perché” l’altro dice, interpreta o vive una situazione al “come” la dice: avendo, e quindi mostrando, interesse e comprensione (sei importante, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento). Potrebbe succedere che chi parla, sentendosi ascoltato, tenterà di migliorare la comunicazione sia nella quantità che nella qualità a tutto vantaggio della ricchezza delle informazioni, del senso di sicurezza, della fiducia e dell’onestà.


Applicare una più efficiente modalità di ascolto avrà diversi vantaggi nei vari ambiti:

riduce le incomprensioni

induce l’interlocutore ad esprimersi a pieno senza timore: spesso stimola in lui la ricerca delle migliori possibilità espressive, anche nei contenuti!

Rapportarsi al meglio con gli altri aumenta l’autostima e la fiducia in se stessi:

si immagazzinano più informazioni, si eseguono meglio le istruzioni ed anche si ha maggior controllo su quelle date.


Il lavoro di gruppo: mediare, comunicare, integrare, cooperare, coordinare.

L’organizzazione permette di risolvere meglio tutti i problemi materiali e psicologici legati a quell’emergenza specifica.

La capacità di lavorare in gruppo rappresenta:

1. Il miglior presupposto per ricevere dal gruppo il sostegno necessario per affrontare l’emergenza e metabolizzare lo stress da soccorso;


2. La possibilità di affinare le capacità di comunicare con gli altri al fine di potersi coordinare efficacemente con i soccorritori appartenenti ad altri gruppi, enti o istituzioni;

3. Il presupposto per integrare i diversi interventi di soccorso e raggiungere il miglior coordinamento operativo, nonché l’armonia relazionale fra i diversi soccorritori.



IL PAZIENTE AGGRESSIVO E VIOLENTO




L’aggressività è un comportamento innato e comune a tutti gli individui. E’ una tendenza presente sia nell’uomo che nell’animale, a manifestare un comportamento finalizzato a combattere qualsiasi fenomeno minacci l’integrità dell’organismo e la soddisfazione dei suoi bisogni.


L’aggressività nelle malattie mentali:

Schizofrenia: espressione di una reazione del paziente ad allucinazioni uditive, a deliri di persecuzione, o di minaccia, dove il soggetto aggredito rappresenta il persecutore dal quale difendersi; l’atto violento deriva, spesso, dalla sensazione del paziente di non avere più vie di scampo.


Pazienti in eccitamento maniacale: atti violenti per grossolane disorganizzazioni del pensiero e/o del comportamento. I bersagli della violenza possono essere di qualsiasi tipo: familiari, personale sanitario, oggetti.

Disturbi di personalità: possono presentare rischi di violenza, in particolare il disturbo di personalità paranoide per la presenza di delirio sistematizzato che influenza il comportamento, antisociale per ottenere vendetta e per sostenere la propria immagine, con assenza di sentimento di colpa e rimorso, borderline per instabilità affettiva.


Alcool: può incrementare l’incidenza di comportamenti violenti: è noto che la sostanza crea nella persona alterazioni psichiche e comportamenti con conseguenti agiti aggressivi.

Sostanze stupefacenti: nell’abuso di cocaina, allucinogeni, crack ed ecstasi, sostanze stimolanti, si possono manifestare agiti violenti.



L'ESCALATION DEL CICLO DELL'AGGRESSIONE




Fase del fattore scatenante: l’avvio del processo si manifesta con comportamenti verbali ed espressivi (mimici) della persona: stato di attivazione e allerta.


Fase dell’”escalation”: aumenta lo stato di agitazione psicomotoria con minacce ad alta voce. Le probabilità di successo degli interventi sono legate alla loro tempestività con un approccio verbale finalizzato al contenimento aggressivo del paziente.


Fase critica: è la fase dell’eccitamento massimo; l’attenzione deve essere centrata sulla sicurezza e sulla previsione delle conseguenze; la scelta delle opzioni deve poggiare su elementi massimali come il contenimento, la fuga, l’autoprotezione.


Fase del recupero: è una fase delicata in cui l’operatore deve avere cautela nell’aiutare il paziente a elaborare l’episodio: un intervento troppo precoce può far riemergere la crisi.


Fase della depressione post-critica: compaiono nel paziente sentimenti di colpa, di vergogna o rimorso dove c’è spazio per l’elaborazione dell’evento e la sua risoluzione.



APPROCCIO AL PAZIENTE ED AI FAMILIARI




E’ importante che ogni operatore abbia consapevolezza del fatto che tutto ciò che egli farà, nel corso di questo primo contatto, segnerà inevitabilmente i suoi successivi rapporti con il paziente e con i familiari. E’ utile perciò:

evitare inganni o sotterfugi circa il proprio ruolo e le finalità dell’intervento;

utilizzare un linguaggio semplice, chiaro, facilmente accessibile e che non sia ambiguo;

trasmettere la disponibilità ad ascoltare e capire quanto sta succedendo;

tranquillizzare le persone che si sentono minacciate, spaventate o in colpa;

allontanare i presenti coinvolti sul piano emotivo;

evitare ogni collusione con i familiari o altri accompagnatori;

non assumere atteggiamenti moralistici verso il paziente o i familiari;

creare un’atmosfera di rispetto per la condizione di sofferenza del paziente e di partecipazione attenta ai problemi presentati;

accettare che sia il paziente a stabilire di cosa parlare, cercando di portare poi il discorso sulla crisi attuale e sulle eventuali motivazioni;

evitare commenti diretti sulle “convinzioni” del paziente e sui suoi comportamenti bizzarri;


Nella fase critica, è importante che l’operatore eviti di mettersi in situazioni potenzialmente pericolose, di assumere atteggiamenti eccessivamente direttivi o minacciosi. I presenti devono essere focalizzati sulla sicurezza e sulla riduzione delle conseguenze. A questo punto non sono possibili risposte fini o razionali e le uniche opzioni sintetiche e massimali sono il contenimento, la fuga e l’autoprotezione.




Dott.ssa Sabrina Marchetti.




Rientro